Vittorio Gassman, l’artista della parola - 2

di: J.A.Brady

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L’amico Onofrio Pirrotta ha pubblicato su Facebook la seconda, ed ultima parte, della sua “nota” dedicata a Gassman. Ringraziamo nuovamente Onofrio per averci concesso la possibilità di pubblicarla. Per chi si fosse perso la prima parte, può trovarla qua. Buona lettura.

VITTORIO GASSMAN,  L’ARTISTA DELLA PAROLA - 2,  di Onofrio Pirrotta

Anche se è difficile scindere -forse mai nessuno che abbia calcato le scene li ha fusi così intimamente - l’uomo dall’attore, vediamo di capire com’era fatto, qual era il carattere di Vittorio Gassman.
Chi lo conosceva bene sapeva ch’era un timido. Una timidezza, la sua, che aveva scoperto fin da bambino, nei primi contatti con l’altro sesso e che lo aveva accompagnato per tutta la vita. Ma l’aveva combattuta e vinta recitando. Che battaglia però. “Io sono- disse pochi mesi prima di morire- una persona goffa, fondamentalmente goffa, che si è mascherata facendo l’attore, ed è così riuscita a nascondere le sue debolezze, le sue fragilità”. Ma in realtà, con gli anni, nella vecchiaia, la timidezza l’aveva vinta . “Prima mi rassegnavo ad ascoltare i rompicoglioni imbecilli che mi attaccavano insopportabili bottoni. Ora li mando affanculo di brutto”. E qualcosa di simile ad un vaffanculo rivolse un giorno in un ristorante dove stavamo mangiando un boccone ad un tizio che aveva strapazzato - in maniera davvero volgare - un cameriere. Ci aveva rivolto la parola, questo tizio, nella speranza di attaccar bottone con Vittorio. “Io con lei non ci parlo - gli disse - non parlo con chi maltratta i camerieri. Lei magari è uno di quelli - li conosco i tipi come lei, sa - che fanno discorsi impegnati sui diritti dell’umanità”. Il tizio ammutolì e dopo un po’ uscì dal locale.

La vecchiaia lo aveva anche addolcito nei tratti somatici. Era davvero un bel vecchio.
La sua era la bellezza della fatica di vivere, delle rughe che avevano aperto nuove profondità nella sua faccia. Era contento di questo, perchè della sua bellezza da giovane aveva sempre diffidato. “Avevo – riconosceva- una immutabile levigata faccia da stronzo, che si crogiolava in una antipatia cattedratica. Ero così antipatico che, posso capirlo, potevo apparire insopportabile”. Antipatico o no, la verità è che aveva fatto strage di cuori femminili fin da giovanissimo. Il primo matrimonio, quello con Nora Ricci, si ruppe fondamentalmente perché lei non ne poteva più dei suoi continui tradimenti. Una volta lo scoprì per la sua mania dei fogliettini. Aveva una tresca con una attrice - bellissima diceva, ma il gentiluomo non volle mai rivelarne il nome perché era sposata – e per darsi appuntamento si lasciavano dei bigliettini in un posto convenuto. Lei, ovviamente, dopo averli letti, li distruggeva. Lui no. Li voleva raccogliere e quindi li nascondeva in un baule. Casualmente Nora li trovò. E andò difilato dal padre, il grande Renzo Ricci, ch’era anche il capocomico di entrambi. Famoso sciupa femmine, Ricci chiamò a sé il genero e gli disse: se li vuoi fare, falli gli affaracci tuoi. Ma falli bene, santo Iddio!. “Non mi sono mai sentito tanto stupido in vita mia”, diceva Vittorio raccontando l’episodio.
Non piaceva solo alle donne, Gassman, ma anche ai gay. Quando recitò in una piéce di Achard , “Adamo”, nella parte di un direttore d’orchestra omosex , il suo camerino era sempre pieno di grandi mazzi di fiori, e all’uscita degli artisti frotte di gay lo aspettavano sperando in un suo cenno d’intesa. Pensava che Visconti, che lo aveva diretto tante volte in teatro, con lui non ci avesse mai provato perché non era il suo tipo, non gli piaceva. E invece un giorno il grande regista gli mandò a dire : “Ma certo che ci ho provato. Sei tu che non te ne sei mai accorto, coglione!”. Ma lui, pulsioni per il proprio sesso non ne provava affatto. Anche se si divertiva a scherzare su “Se fossi stato gay sarei fuggito alle Barbados con…”. Robert Mitchum, sicuramente, diceva. Che bell’uomo!. E poi con Dino Risi. Con quella zazzera bianca è proprio irresistibile. “Quante volte abbiamo riso Dino ed io su queste ipotetiche fughe alle Barbados o alle Galapagos” raccontava.

Un difetto di cui nella vecchia era guarito era l’invidia. “Bada bene - mi diceva - che se usata bene, è un motore efficace. Ho sempre invidiato gli attori anglofoni che hanno una platea dieci venti volte superiore a un italiano. E mi dicevo: se fossi stato anglofono gli avrei rotto il … a tutti”. E giù una delle sue sonore, contagiose risate.

LA MADRE -  Di tutte le donne che lasciarono il segno su Vittorio, sicuramente la più importante fu la madre, Luisa Ambron, di origini toscane. Fu lei infatti a imporre ad un riottoso Vittorio l’iscrizione alla Accademia d’arte drammatica diretta da Silvio D’Amico. Nel 1941, si era appena iscritto a Giurisprudenza e la madre gli disse: “In questa facoltà non c’è l’obbligo della frequenza. Perché non ti iscrivi all’Accademia.?” Il figlio cercò di resistere in tutti i modi (anche perché gli pesava la sua timidezza) ma non ci fu niente da fare. Così Vittorio fece la sua fortuna e la madre poté trasferire sul figlio la sua ambizione di giovinetta di fare l’attrice, ambizione che era stata frustrata dai suoi genitori. Luisa Ambron aveva coltivato questo progetto fin da quando Vittorio era un ragazzo. Infatti – raccontava lui- “l’amore per la poesia me l’ha inoculato lei. Quando studiavo, lei declamava i versi insieme a me. E com’era esigente!”
Vittorio rimase legatissimo alla madre fino alla morte di lei (fine anni 70, se non sbaglio). Dopo ogni separazione da una donna con cui aveva convissuto, immancabilmente, si rifugiava tra le sue braccia.

IL TEATRO - Gassman era un attore di teatro prestato al cinema. “ Un palco, una platea, un testo…Insomma, la vita!”, questo il suo credo. Il suo amore per il teatro fu immenso, duraturo e costante. Anche perché certe emozioni né il cinema né la Televisione gli e le davano. “Per un attore – teorizzava- l’applauso è come un orgasmo. Dirò di più : un orgasmo multiplo, una specie di ammucchiata tra l’attore e il pubblico”. E il pubblico lo premiava sempre . Anche perché sentiva di che pasta era fatta la sua recitazione. Altro che metodo Stanislavskij ! Il pubblico sentiva quando lui si commuoveva davvero. E partiva l’applauso, convinto, scrosciante, pieno d’affetto. “Quante volte - raccontava - ho avuto difficoltà a trattenere le lacrime: coi versi danteschi di Paolo e Francesca, col Padre Nostro di “Affabulazione” (Pasolini), con il finale di Edipo Re…”. Solo chi ha visto Gassman recitare in teatro può aver captato quel suo magnetismo che conquistava la platea. E’ difficile spiegarlo, ma Gassman dava l’impressione di saperne di più, del personaggio che interpretava, dello stesso autore. E il pubblico avvertiva questa sua cultura che volava alto, molto alto. E gli applausi convinti premiavano anche questo.

Il suo amore per il teatro e per la cultura lo portò, a 70 anni suonati, ad osare l’inosabile. Mettere in scena “Moby Dick”. Mamma mia ! dirà chi conosce il capolavoro di Melville e si intende un po’ di teatro. Ma questo a lui sembrò troppo poco. Per il suo teatro volle inventarsi una incredibile contaminazione. All’opera melvilliana aggiunse la figura di Ulisse. Ma non l’Ulisse dell’Iliade e dell’Odissea, bensì l’Ulisse di Dante, quello di “Considerate la vostra semenza:/fatti non foste a viver come bruti,/ma per seguir virtute e canoscenza”. Lo spettacolo dal titolo “Ulisse e la balena bianca”, portato in tournèe in tutto il mondo- da Genova a Buenos Aires, da Parigi a Caracas, a Siviglia e altrove - fu un successo travolgente. Anche se - come lui stesso confessò - troppo faticoso per la sua età. Inutile dire che Gassman interpretava Achab/Ulisse. E che le platee si spellarono le mani.

IL CINEMA - All’inizio Vittorio detestò il cinema. Gli facevano fare delle parti orrende, che non gli si confacevano. Parti da fusto senza cervello (in alcuni orrendi film storici) o da cattivo cattivissimo al limite del sadismo. Ma a lui i soldi guadagnati con la celluloide gli servivano per poter continuare a far teatro. Poi qualcuno si accorse delle sue potenzialità di attore cinematografico e, insieme al successo, scoppiò l’amorazzo (l’amore no: quello lo riservava in esclusiva al palcoscenico) di Vittorio con il cinema. “Tre registi - diceva- hanno saputo moderare e abilmente sfruttare le mie qualità teatrali per il cinema: Mario Monicelli, Dino Risi, Ettore Scola “. Quali straordinari film questa triade abbia saputo cucire addosso a Vittorio è arcinoto. Da “ I soliti ignoti”, “ La grande Guerra” e “L’armata Brancaleone” di Monicelli, a “Il sorpasso”, “ I mostri” e “Profumo di donna” di Risi, fino a “C’eravamo tanto amati “, ” La famiglia” e “La cena” (la sua ultima grande interpretazione cinematografica, a 76 anni, accanto ad una splendida Fanny Ardant). E tanti altri. Era assai affezionato a questa triade e non perdeva occasione per manifestare loro tutto il suo affetto.
Con la più “titolata” triade del nostro cinema - Michelangelo Antonioni, Federico Fellini, Luchino Visconti - non gli riuscì mai di girare un film. Progetti tanti - soprattutto con Fellini – realizzazioni zero. Gli bruciava? Non lo so. Per stimarli, li stimava.” Una grande terna. Sono gli occhi magici del nostro cinema”, diceva. Ma non si nascondeva i loro limiti. “ Di Antonioni per i dialoghi discutibili; di Visconti per la dilatazione della parola, che ne diminuiva la persuasività; di Fellini, per la mancanza dell’architettura unitaria , che fa la grandezza dei racconti e dei romanzi”.
Per i film con la terna della commedia all’italiana vinse di tutto. David di Donatello, Leone d’oro a Venezia, Palma d’oro a Cannes ecc. Davvero un palmares di tutto rispetto. “Io - diceva - adoro essere premiato, a differenza di molti miei colleghi che ostentano indifferenza”. Pochi sanno che il premio di cui andava più orgoglioso era …uno scolapasta d’oro .

Bisogna sapere che Gassman era stato un grande sportivo. Forse unico tra gli uomini e le donne di spettacolo aveva indossato i colori della nazionale. Quella di pallacanestro. Poi gli impegni della sua professione d’attore lo avevano fatto allontanare dallo sport agonistico. Ma si era sempre mantenuto in forma. E, come sempre, visto che era connaturato al suo carattere, voleva primeggiare. Con questo spirito nell’agosto del ’75 partecipò, al villaggio Tognazzi - cioè nella tenuta del suo carissimo amico Ugo a Torvajanica - all’annuale torneo di tennis tra attori e registi italiani. Non aveva nessuna chance. I favoriti - giocatori di tennis dilettanti di lungo corso, allenati da veri professionisti e vincitori di altri tornei - erano Arnaldo Ninchi e Umberto Orsini. Eppure sconfisse prima l’uno e poi l’altro e si aggiudicò il premio. Uno scolapasta d’oro, per l’appunto.

LA POLITICA - Gassman era socialista. Aveva cominciato a votare repubblicano, perché aveva grandi simpatie per Ugo la Malfa, “un uomo di grande cultura”, diceva. Poi “ ho sempre votato socialista, mi sembra che non si possa votare diversamente, se ciò che si cerca è l’equilibrio tra progresso e libertà individuale”. Gli piaceva il simbolo del PSI, il garofano. “Mi sta simpatico: non ha la pomposità della rosa nè la sciatteria del papavero, promette almeno che l’ideologia possa assimilare quel tocco di utopico che collega appunto le idee astratte con la meta basilare, che è la felicità dell’uomo.”

ADOLFO CELI- E’ stato il suo più grande amico. Un’amicizia durata oltre 40 anni. Con scarse frequentazioni, magari, ma al momento del bisogno l’uno accorreva a fianco dell’altro. “Proprio come due fratelli”, spiegava Vittorio. Si conobbero all’accademia d’arte drammatica nel ’41, erano nello stesso corso, e per anni furono indivisibili. Poi Celi (1949) partì per il Brasile dove fece una brillantissima carriera di regista. Tornato, dopo 15 anni, in Italia ci regalò alcune memorabili interpretazioni: il cattivo Emilio Largo in “007 , Operazione tuono”, lord James Brooke nel televisivo “Sandokan” e soprattutto il professor Sassaroli in “Amici miei” di Monicelli. Adolfo e Vittorio, che si volevano “ un bene dell’anima” (sono parole di quest’ultimo), ripresero a farsi favori a vicenda: cacciato di casa da una delle sue tante donne, Gassman si rifugiò in casa dell’amico. Che - per fare di necessità virtù - cercò di insegnargli i rudimenti della cucina. Almeno a fare un caffè, a friggere un uovo. . Mestiere o arte in cui Vittorio confessava di essere completamente negato. “ Adolfo ci rinunciò - raccontava – quando si accorse che per accendere il fornello elettrico stavo, inutilmente, usando un fiammifero”. I due amici lavorarono insieme anche nella trasposizione teatrale di alcuni racconti di Dostoevskij di cui curarono anche la regia,“ I Misteri di Pietroburgo”. Alla prima, a Siena (19 febbraio 1986), Adolfo Celi, che vi doveva anche recitare in una parte importante, quella del Generale, fu colpito da un infarto e morì. E siccome, come tutti sanno, the show must go on, un addoloratissimo Gassman ne prese il posto. Al suo grande amico, Vittorio dedicò questa poesia:
Già più di un anno. A Siena
son ritornato due volte,
da allora. Uno spicchio di sole
ha esploso un lampo sul bicchiere di granita,
e ho rivisto nel vetro i tuo tratti.
Sei stato così rapido
nell’andare via, già si partiva a sera
(mentre tu rimanevi sulla “piazza”)
per la tournèe, Lucca, Firenze, Roma…
Da allora mi sei apparso truccato,
nascosto nel costume di Generale
possente e fragile, e come mi sfuggivi!
Ma , dammi tempo, ti ritroverò;
un giorno l’entre-acte sarà abbastanza
lungo per riconoscerti e per piangerti.

Sia chiaro. Gassman aveva troppo rispetto per la poesia per credersi un poeta . “Sono al massimo un discreto verseggiatore che si diverte a inanellare versi”, diceva di sé. E invitava i suoi allievi della “Bottega teatrale”di Firenze a controllare la loro pelle mentre studiavano una poesia. “ Se sentite uno sfarfallio di pelle d’oca sulle braccia o lungo la schiena, avrete la prova che il messaggio ha toccato il bersaglio. Avrete la prova che quella è poesia”. La conosceva bene la poesia, Vittorio. Ne aveva recitate tante. A cominciare dalla Divina Commedia. E sapeva bene, lui, l’artista della parola, che la grandezza di un poeta sta nella capacità di esprimersi con poche scarne parole, e con pochissimi aggettivi. Mentre la mia scrittura - diceva- si fa notare per “ l’abbondanza dell’aggettivazione. Un sostantivo non corretto da uno o più attributi mi sembra nudo, monco; in verità mi manca il coraggio di affermare una realtà senza tenere di scorta un’uscita d’emergenza”.
Nell’ultimo anno della sua vita, vuoi la depressione, vuoi la stanchezza, si privò anche di questo suo divertimento  Pensava che “tutto da tutti, in tutte le arti, sia stato scritto, dipinto, disegnato, danzato, sfruttato, suonato, scolpito, recitato, toccato, ….Allora forse è meglio stare fermi a guardare ”. Ma poi si contraddiceva : “l’uomo è un animale ostinato, anzi cocciuto e l’unica cosa che conta è andare avanti e continuare a scrivere, dipingere, recitare, eccetera fino a quando lo sosterranno i cinque sensi”. Dai quali , caro Vittorio, sono sicuro che lassù hai trovato il modo di farti sostenere . Almeno per continuare a recitare.



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